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Chagall en Rose (biblique)

Il Museo Archeologico di Aosta presenta dal 20 giugno al 25 ottobre Marc Chagall. Tra Poesia e Spiritualità (a cura di Grégory Couderc, Anne Dopffer, Alberto…

Luglio 13, 2026 · 12 min · Giovanni Pellenghelli

Marc Chagall, Cantique des Cantiques III, 1957, Nice, Musée National Marc Chagall
© Chagall ®, Siae 2026. RMN-Grand Palais, Musée National Marc Chagall, Nice
Photo Gérard Blot; Dist. Photo SCALA, Firenze

Il Museo Archeologico di Aosta presenta dal 20 giugno al 25 ottobre Marc Chagall. Tra Poesia e Spiritualità (a cura di Grégory Couderc, Anne Dopffer, Alberto Fiz), mostra realizzata di concerto con il Musée National Marc Chagall di Nizza.

Raccogliendo 120 opere dal 1922 al 1980, (dipinti, gouaches, disegni, incisioni, libri d’artista e rare sculture e ceramiche) la rassegna offre l’occasione unica in Italia di scoprire uno Chagall di temi inconsueti e distanti dalla materia sognante, volante e voluttuosa delle sue opere più note e più care all’immaginario collettivo del Novecento, di cui Chagall è fra i pilastri.

Marc Chagall, il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal, poi francesizzato in Chagall, nacque il 7 luglio 1887 in una numerosa famiglia ebrea piccoloborghese a Lëzna, allora poco più d’un villaggio a prevalenza di etnia ebraica e lingua yiddish in Bielorussia, provincia occidentale verso l’Europa dell’Impero Russo. Il giorno stesso della sua nascita, il villaggio venne attaccato dai Cosacchi nel corso di uno dei tanti frequentissimi pogrom e la sinagoga locale fu data alle fiamme, il che farà dire da allora a Chagall, nel rievocare le proprie origini: «Io sono nato morto», e renderà consueto nelle sue opere l’evocazione della sua infanzia nello shtetl1 come epoca felice a dispetto delle impietose condizioni degli ebrei russi sotto il dominio degli zar e il cui onnipresente ricordo condizionerà tutta la sua opera futura.

Chagall diverso dal solito, dunque, eppure come sempre seduttivo e trascinante e che, ancora una volta trasportando l’osservatore nella spirale onirica e imaginifica del suo vitale, costante, inarrestabile pittorico idillio d’«amorosi sensi», approfondisce quella propria così speciale liaison di pittore francese di origine ebreorussa ashkenazita chassidica (ultraortodossa) con l’Antico Testamento in un analisi artistica così autonoma, mirata e personalissima da riuscire ad esprimere in efficacia pittorica quelle speciali parole dal lui stesso usate nella prolusione pubblica alla donazione ufficiale del suo Message Biblique al Musée National Marc Chagall de Nice il 7 luglio 1973 (giorno d’inaugurazione del museo e del suo 86° compleanno): «La Bibbia è la più grande fonte di poesia di tutti i tempi… Le Sacre Scritture risuonano della Natura, ed io ho cercato di trasmetterne quel segreto». La mostra di Aosta è quindi illuminante di quelle sue indagini tanto artistiche quanto spirituali e fideistiche e ripropone le opere nizzarde in quella medesima selezione espositiva museale (in mostra arricchita di materiali artistici correlati, dalle gouaches alle ceramiche, prescelti ad hoc) che venne personalmente e puntigliosamente curata da Chagall al momento dell’apertura del museo di Nizza.

La mostra propone perciò ambiti di ricerca raramente esplorati: Marc Chagall avviò il ciclo Message Biblique nei primi anni 1950 per ridar vita alla seicentesca fatiscente Chapelle du Calvaire a Vence (in Provenza, dove visse tra il 1949 e il 1966) spinto da quel che l’amico Henri Matisse aveva fatto nel 1949-1951 nella vicina Chapelle du Rosaire. Una volta ideateper la Chapelle e la sua Sacrestia le due serie di dipinti che compongono il ciclo per il totale di 17 opere, via via che la realizzazione delle immagini procedeva, Chagall andò progressivamente spostandone l’accento poetico e pittorico sulla tormentata componente umana a scapito di quella rigidamente religiosa, così anche distaccandole e distaccandone la poetica anche dallo specifico contesto religioso ebraico o cristiano (cattolico, ortodosso o riformato che fosse), finendo per ritenerle interpretazione troppo fideisticamente corale di un patrimonio religioso comune alle fedi “abramitiche” giudaicocristiane per circoscriverne l’esposizione ad un luogo di culto d’una sola di quelle fedi religiose a discapito delle altre. Preferì così, alla fine, nel 1966, destinarle ad un contesto religiosamente anodino come un museo, se non precisamente laico, nella donazione allo Stato francese che portò alla fondazione del Musée National Marc Chagall de Nice.

I dodici quadri di maggiori dimensioni e di più articolata selezione cromatica illustrano alcuni di quegli episodi dalla Genesi e dall’Esodo (i due libri iniziali della Bibbia) che più intensamente esprimono il rapporto fra Dio e l’Uomo, poeticamente perfezionandoli in personali e ricercate corrispondenze formali e religiose pur nell’aderenza al testo biblico.

Le altre cinque tele, di dimensioni minori, esprimono invece la personalissima declinazione di Chagall, emozionante e travolgente di sensualità, del Cantico dei Cantici2, tradizionalmente attribuito a re Salomone3, che in otto capitoli riunisce vari poemi d’amore ed erotismo in forma di dialoghi fra Salomone e la Bella Sulamita.

Il Cantico dei Cantici nell’antichità fu ancora più noto come Cantico di Salomone, dato che il nome del re compare sette volte nel corso del Cantico e tanto più che la tradizione storicoreligiosa ebraica ne pone la composizione in concomitanza alla costruzione del Tempio di Gerusalemme. In realtà, gli studi più accreditati, partendo dall’analisi stilistica e linguistica, qualificano il Cantico come il pastiche littéraire di uno scrittore anonimo del IV secolo a.C. che vi ha riunito e rielaborato vari testi poeticoerotici da eseguirsi in musica databili ad epoche antecedenti ed originari dell’area mesopotamica, e che, a titolarlo e dargli autorevolezza, ha usato il camouflage «scritto da Salomone»4.

Ciò non tolse che, quasi a dispetto dell’originale innegabile concezione profondamente ed intensamente erotica (messaggio che Chagall saprà cogliere e sublimare al meglio), il Cantico figura tra gli ultimi testi inseriti nel Canone della Tanakh5 dal Sinodo di Jèmnia (nome greco-romano dall’originale ebraico Yavneèl), l’ipotetica assemblea di rabbini ebrei farisei che avrebbe fissato, intorno al 95 d.C., la versione ebraica ortodossa delle Sacre Scritture ( appunto la Tanakh) e quindi, indirettamente anche la versione canonica dell’Antico Testamento delle chiese cristiane protestanti e, unita ad alti testi sacri, l’Antico Testamento del Canone Cattolico e del Canone Greco Ortodosso. Si spiega così la duplice presenza del Cantico sia sul fronte ebraico, dove appare come celebrazione dell’Alleanza fra Yahveh e il Suo Popolo Eletto, sia nella dottrina cattolica e ortodossa nella corrispondente simbolizzazione dell’Alleanza fra la Trinità e la Chiesa di Pietro. Rapporti che restano indefettibili nonostante tutti i più recenti studi storici, linguistici e filologici abbiano dimostrato la pressoché totale assenza di attendibilità della versione storiografica tradizionale del Sinodo di Jèmnia.

Particolare è, ancora una volta, in queste opere anche la poetica compositiva e cromatica di Chagall. Se nelle dodici grandi tele ispirate da Genesi ed Esodo, Chagall utilizza la sua consueta articolata, selezione cromatica (sempre personale e spericolata), viceversa nelle cinque tele dal Cantico squisitamente centrale è il cromatismo intenzionale e insistito in cui Chagall avviluppa emozionanti multiple tonalità dall’arancio al rosso al rosa,da un lato direttamente a celebrare dolcezza e sensualità del Cantico, dall’altro a cripticamente rievocare sangue e violenza dei biblici amori di Davide e Bethsabea (da cui nacque Salomone). Alla tavolozza intensamente si coniuga in coerenza emozionale l’altrettanto sensuale (perfino erotizzante) composizione formale curvilinea e concentrica che, come una spirale, sospinge e trascina, risucchia, coinvolge lo sguardo da un quadro all’altro, così da rendere perfino fisicamente tangibili le tre valenze del Cantico dei Cantici: quella musicale, quella sacra e quella carnale.


[1] Shtetl è il termine yiddish equivalente al tedesco Städtlein [piccola città], forma diminutiva di Stadt [città], che si è affermata nell’Europa Orientale durante i due secoli scorsi come definizione degli insediamenti minori ad elevata percentuale di popolazione di etnia ebraica.

[2] Propriamente, in ebraico Shìr Hasshirìm [Cantico Sublime]; in greco antico ᾎσμα ᾈσμάτων, ásma asmátōn; in latino Canticum Canticorum. Il nome del libro (libro, ovviamente, in senso biblico), con la ripetizione della parola «cantico», nella caratteristica costruzione linguistica della frase in ebraico, vale come superlativo assoluto nella forma analoga ad altre definizioni celebri quali Re dei Re o Sancta Sanctorum, e di conseguenza la traduzione più filologicamente e linguisticamente corretta sarebbe «il più sublime fra i cantici».

[3] Salomone (in ebraicoantico Šəlōmōh; in arabo Sulaymān,  c.1011 a.C.-c.931 a.C.), celebre per la sua saggezza, per i suoi canti e anche per i suoi amori,fu, secondo il Libro dei Re della Bibbia, il terzo Re di Israele, figlio e successore di re Davide e di Bethsabea già moglie di Uriah, generale hittita al servizio di Salomone che il re personalmente inviò in battaglia in missione suicida per poterne sposare la vedova. Il regno di Salomone viene considerato dagli Ebrei come l’Età dell’Oro, epoca in tutto ideale come l’Età Augustea nella storia di Roma Antica. Durante il suo regno fece innalzare il Tempio di Gerusalemme, leggendario per le molteplici valenze simboliche ed oltre al Cantico dei Cantici o Cantico di Salomone (opera di età giovanile), al re poeta e cantore (sull’esempio del padre David, del resto) è attribuita la composizione del Libro dei Proverbi nella maturità e nella vecchiaia del Qohèlet (o Ecclesiaste nella Bibbia Cristiana). Il Libro dei Proverbi è testo in ebraico antico dove, al Capitolo II e al Capitolo V, sono raccolte le Sentenze di Salomone e, secondo l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la sua redazione definitiva del libro fu completata in Giudea nel V secolo a.C., raccogliendo testi di autori ignoti dei secoli precedenti fin dal periodo monarchico (XI-X secolo a.C.) . Il Qohèlet presenta invece un testo sì in ebraico ma fortemente contaminato da  diversi aramaismi e la sua redazione è avvenuta sempre in Giudea ma fra V e III secolo a.C. per mano di un autore ignoto che afferma di essere il Re Salomone, secondo il già in quel periodo affermato in quel periodo si era soliti attribuire opere a personaggi storici considerati sapienti [infra, nota 4, in cui si cita a questo proposito lo stesso escamotage a dare autorevolezza al Libro della Sapienza, scritto nel I secolo a.C.]. Particolari sulla vita, le gesta e la tramandata mirabile “saggezza” di Salomone sono narrati anche nel Kebra Nagast (testo etiope redatto fra il IV e il VI secolo d.C. e in versione definitiva nel XII secolo) che chiaramente lo ricollega alla Regina di Saba, la sovrana del mitico Regno di Saba (anticamente individuato in Etiopia ed Eritrea, più recentemente in uno dei regni sudarabici esistenti nell’odierno Yemen) a cui si potrebbe ricondurre la figura della Bella Sulamita. Nei testi biblici (Primo Libro dei Re e Secondo Libro delle Cronache), nel Corano e nello stesso Kebra Nagast, la Regina (yemenita od etiope che fosse) non viene mai chiamata per nome ma solo Regina di Saba, benché la tradizione etiope tramandi il suo nome come Machedà mentre alcune fonti arabe la chiamano Bilqis ed altre Balkiyis. Tuttavia, poiché della Regina di Saba non è mai stata ritrovata alcuna traccia storica documentale, la sua effettiva esistenza è contestata tra gli storici. A proposito di Salomone, Voltaire nel suo Dictionnaire philosophique [edizione definitiva, Londra, 1769]  alla voce Salomon scrive del re quale autore dell’Ecclesiaste un giudizio estremamente tranchant: «Chi parla, in quest’opera, è un uomo disingannato dalle illusioni di grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza. È una sorta di filosofo epicureo che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo non ha niente in più della bestia; che sarebbe meglio non esser nati, che non c’è un’altra vita, e che non c’è niente di buono né di ragionevole se non il godere in pace il frutto delle proprie fatiche assieme alla donna amata. L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e disgustato. Sembra soltanto che all’ultimo versetto sia stata aggiunta una frase edificante su Dio, per diminuire lo scandalo che un tal libro avrebbe dovuto provocare. I critici stenteranno ad accettare che quest’opera sia di Salomone [… ] assai più verosimile è che l’autore abbia voluto far parlare Salomone ma che, per quella mancanza di coerenza di cui son piene tutte le opere degli Ebrei, abbia dimenticato spesso, nel corso del libro, che stava facendo parlare un re. Quel che sbalordisce è che quest’opera empia sia stata consacrata fra i Libri Canonici. Se si dovesse stabilire oggi il Canone della Bibbia, non vi si includerebbe certo l’Ecclesiaste e questo perché quel libro vi fu inserito in un tempo in cui i libri erano molto rari e più teoricamente ammirati che letti. Tutto quel che si può fare oggi è mascherare il più possibile l’epicureismo che prevale in quest’opera. Si è fatto per l’Ecclesiaste come per tante altre situazioni ben più rivoltanti accettate in tempi d’ignoranza e che oggi si è costretti, ad onta della Ragione, a difendere in tempi illuminati e a mascherarne in allegorie l’assurdità o l’errore».

[4] Questo espediente della pseudoepigrafia [dal greco antico pseudès, falso, e epigraphè, iscrizione, e cioè opera attribuita a uno scrittore in realta non autore di quel testo] fu nell’antichità piuttosto comune e venne altrettanto utilizzato anche per il Libro della Sapienza composto nel I secolo a.C. e inserito nella classica e canonica versione greca delle Sacre Scritture detta “dei Settanta” o Septuaginta e nella Vulgata, traduzione in latino tardoantico dalle antiche versioni greca ed ebraica realizzata da San Gerolamo alla fine del IV secolo d.C. Di conseguenza, e viceversa e come gli altri Libri Deuterocanonici (ossia i Libri del Secondo Canone della Chiesa Latina e della Chiesa Greca), il Libro della Sapienza venne rifiutato dalla Tanakh e parzialmente o totalmente respinto dalle Chiese Anglicana e Riformata come, appunto, pseudoepigrafico.

[5] La Tanakh è la raccolta canonica delle Sacre Scritture ebraiche, comprendente la Torah (i cinque Libri di Mosè), i Neviìm (i Libri dei Profeti), suddivisi in Neviìm Rishonim [Profeti Anteriori o Libri Storici] e Neviìm Acharonim [Profeti Posteriori o Libri Profetici], opere a carattere storico in cui numerosi Profeti appaiono in veste di consiglieri di corte e cronistici storici e non di “Profeti” nell’attuale senso fideistico) e i Ketuvim (gli undici libri degli Scritti).  La Tanakh si basa sul Testo Masoretico: la versione ufficiale ebraica della Bibbia sistematizzata, redatta, rivista, trascritta e diffusa dalla Corporazione degli Eruditi e Scribi custodi della Masorah (corpus delle tradizioni ebraiche di corretta lettura e interpretazione dei testi sacri) e perciò noti come Masoreti, attivi fra il V e il X secolo d.C. a Gerusalemme e Tiberiade. La versione masoretica contiene varianti, anche significative, rispetto alla più antica versione grecoellenistica dei Septuaginta, quella invece adottata dalle Chiese Cattolica e Ortodossa.